Aggiornato al: 09/09/2026
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alazzo Reale a Milano, l’antica caserma di cavalleria di Voghera, il complesso monastico di Santa Giulia a Brescia, la Tour de l’Archet a Morgex? E con loro il Teatro alla Scala, il Teatro Regio di Parma, la Biblioteca Palatina, Palazzo Chiericati a Vicenza, Palazzo Farnese a Piacenza e molte altre costruzioni in Italia? Sono tutti edifici allacciati a una rete di teleriscaldamento. Una risposta che sorprende, perché stiamo parlando di una tecnologia che dialoga con la pietra secolare, con gli affreschi rinascimentali, con le travi di castagno che hanno attraversato i secoli. E lo fa –ed è qui il paradosso – senza lasciare traccia: la rete corre nel sottosuolo, il calore arriva all’edificio senza che nulla in superficie tradisca la sua presenza.
Nel dibattito energetico italiano, il teleriscaldamento occupa ancora uno spazio marginale: copre poco più del 2 per cento del fabbisogno termico nazionale per riscaldamento, una quota che spiega perché venga spesso ignorato nelle grandi narrazioni della transizione energetica. Eppure è difficile trovare una tecnologia più adatta alla specificità del territorio e del patrimonio edilizio del nostro Paese.
Perché l’edilizia italiana non è come quella europea. E questa differenza cambia tutto.
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