Le bioenergie italiane parlano ancora (troppo) straniero

Aggiornato al: 14/01/2020

II recentissimo rapporto sulle bioenergie Bioenergy Landascape 2019 certifica che nel mix energetico europeo le rinnovabili verdi hanno un peso significativo e crescente. Vale anche nel nostro Paese, sebbene la quota di importazioni sia ancora eccessiva e seconda sola alla UK (che poi ha appena detto bye bye all’Europa…). Il deficit esplode nel caso dei biofuel, più contenuto il tasso per le biomasse. Oltre il 55 per delle bioenergie è utilizzate nella UE per produrre calore

L’associazione Bioenergy Europe, a pochi giorni da Natale, ha pubblicato il report Bioenergy Landascape, il più recente studio sullo stato dell’arte delle bioenergie in Europa.

Nella copiosa mole di dati, un primo valore colpisce, compresi alcuni degli addetti ai lavori, poiché affatto scontato. Le bioenergie sono la prima fonte energetica prodotta localmente sul territorio comunitario. Il nucleare, in teoria, guadagna il vertice della classifica (210,7 Mtoe e il 28 per cento del totale). Ma a onor del vero dipende da uranio di importazione. Poi, ci sono – appunto – le bioenergie (137,2 Mtoe, 18 per cento), che riescono a sopravanzare il carbone (124,5 Mtoe, 16 per cento), il gas naturale (103 Mtoe, 13 per cento) e i combustibili fossili liquidi (73,3 Mtoe, 10 per cento). Le rinnovabili discontinue – in primis eolico e solare – si fermano a 90 Mtoe (12 per cento), nonostante l’enfasi mediatica decisamente più entusiasta di quanto non lo sia per le bioenergie.

Un secondo valore che colpisce ha a che fare con le importazioni di biomasse che (UK a parte) fa vestire all’Italia la magia nera e impone sicuramente alcune riflessioni, vista la disponibilità torica di bioenergie ad oggi inutilizzate sul territorio nazionale.

Nel 2017 le importazioni sono arrivate a quota 2.313 migliaia di toe, coprendo ben il 35 per cento della domanda totale europea di provenienza extra-UE (6.649 migliaia di toe). Considerando che la già citata UK, da sola “acquista” per 2.618 migliaia di toe (39 per cento), significa che i due Paesi coprono i due terzi delle importazioni! La Germania si ferma a un risibile 1 per cento, la Francia sfiora l’11 per cento. Un lungo elenco di Paesi virtuosi risultano come esportatori netti, senza bisogno di disturbare le nazioni scandinave: Estonia, Spagna, Lituania, Olanda, Portogallo e molti altri ancora. La dipendenza del nostro Paese dalle forniture estere è pari al 17 per cento dei consumi di biomasse e al 56 per cento in tema di biocombustibili liquidi.

Meno distante dall’Europa è la produzione italiana per tipologie di bioenergie.

La biomassa solida, sempre in termini di toe, copre il 68 per cento del totale (rispetto al 69 per cento sull’intero territorio europeo), il biogas si fa spazio e raggiunge il 16,6 per cento (l’Europa si ferma al 12 per cento, quattro punti percentuali in meno); è per altro una soluzione segnalata in forte espansione. A seguire, i biocombustibili liquidi (7,6 per cento in Italia e 11 per cento in Europa) e la frazione rinnovabile dei rifiuti urbani (7,5 per cento in Italia e 7,3 per cento in Europa). Di fatto il gap si consuma tutto tra biogas e biocombustibili liquidi.

Limitatamente al ruolo del riscaldamento? L’Italia parte da un input complessivo di bioenergie dedicate alla produzione energetica di 13.727 migliaia di toe (produzione interna + import + export) e la generazione di calore da impianti dedicati (anche CHP) raggiunge le 5.390 migliaia di toe (il 47,1 per cento del totale). A queste vanno aggiunte 941 mila toe di derived heat (8 per cento).